Dall’introduzione emerge subito il tono: concetti filosofici che celano le responsabilità mentre la sanità reale sparisce. La copertina dice già tutto: un ospedale-cubo galleggia su una ciambella di salvataggio, mentre ospedali chiudono, reparti scompaiono e la resistenza filosofica resta l’unica “cura”

MONTAGNA — Dopo la giornata di ieri a Palazzo Achilli di Gavinana, per la presentazione del libro di Renzo Berti Si salvi chi può?, sostenuto nella redazione da ben tre giornalisti, ho iniziato la lettura del volume. Centosettanta pagine circa in formato pocket, per quindici euro di spesa: il vale tutti.
L’obiettivo della lettura era semplice: trovare conferma o smentita dell’impressione maturata durante il dibattito pubblico e già riportata nell’articolo precedente (SI SALVI CHI PUÒ: LA SANTISSIMA TRINITÀ DELLA SANITÀ CHE HA FALLITO). Bastano poche pagine per dire che la conferma è arrivata, netta.
Il libro di Berti riesce in un’impresa non banale: non essere da meno dell’ex ministro Speranza e del suo Perché guariremo, ritirato e poi ripubblicato a distanza di tre anni. Anzi, lo surclassa. Non tanto per ciò che dice, quanto per ciò che sceglie accuratamente di non dire.
Il volume va comprato. Anche da chi giura che quindici euro “a Berti” non li darà mai. Va comprato perché:
- dice più per omissione che per contenuto;
- le parti non trattate sono le più significative;
- serve come documento di un tentativo di cancellazione della memoria della riforma sanitaria e di riscrittura della sua storia a uso del presente;
- contiene un saggio filosofico introduttivo che merita attenzione, suo malgrado;
- ma soprattutto per la copertina, a cui va la prima menzione di merito.
L’illustrazione di copertina, su progetto grafico di Alessandro Arcadi, realizzata con intelligenza artificiale, è notevole. Un ospedale a forma di cubo galleggia in acqua, cinto da una ciambella di salvataggio. Immagine semplice e potentissima. Un’immagine che parla ai pistoiesi molto più di quanto sembri parlare agli autori.
È difficile non pensare al “gommone” San Iacopo di Pistoia, nome popolare che l’ospedale si è guadagnato anche grazie agli articoli di Felice De Matteis su Linea Libera e alle brutture architettoniche del project financing che lo ha prodotto. L’edificio, oltre che per la sua estetica discutibile, ha guadagnato il soprannome anche per le condizioni del terreno su cui sorge: una zona soggetta a bonifica, mai edificata in precedenza.
Una scelta editoriale inconsapevole ma perfettamente calata nel territorio. Critica e satira locale travestite da grafica. L’idea che un algoritmo abbia colto meglio degli autori lo stato reale della sanità pistoiese è irresistibile. Basterebbe la copertina per comprare due copie.
Un riassunto che dice tutto. Anche in ciò che non è scritto
Seconda menzione di merito al riassunto del libro. Perché già da lì si capisce perfettamente dove si vuole andare a parare, soprattutto grazie a ciò che non c’è.
Si parte dal Servizio Sanitario Nazionale degli anni Settanta, elogiandone l’efficacia. Poi, con un salto temporale elegante quanto rivelatore, si cancellano gli ultimi vent’anni e si approda direttamente al sistema che oggi “non funziona più”.
Tra le due fasi: il vuoto.
La Toscana viene proposta come banco di prova per una sanità che dovrebbe “rinascere”. Rinascere, perché il sistema è evidentemente morto. Ma le cause del decesso non vengono indicate. Nessuna autopsia. Nessun nome. Nessuna responsabilità.
Chiarissima invece l’apertura al privato. Qui il libro funziona anche come finestra di Overton, sdoganando un obiettivo perseguito sottotraccia da decenni.
In sintesi, l’operazione è questa:
- rimozione della memoria;
- rimozione delle cause del disastro;
- rimozione dei responsabili;
- salvataggio delle riforme e dell’azione politica fallimentare;
- apertura definitiva al privato.
Un elenco che dovrebbe produrre indignazione e che invece viene usato per lavare la coscienza politica.
L’introduzione filosofica: anestesia per coscienze
L’introduzione è affidata a Sergio Givone e si intitola Appunti per un’etica della vulnerabilità. Sul senso della cura nell’epoca della tecnica. Già il titolo basta a precipitare il lettore in una non-dimensione, la stessa in cui vengono collocate le responsabilità del disastro sanitario.
Givone, filosofo nato a Buronzo nel 1944, consegna un testo fitto di frasi che, anche cambiate d’ordine, mantengono intatto il loro principale pregio: l’assenza di qualsiasi ricaduta sul reale.
“Là dove c’è fragilità, lì si dà l’umano”.
“Non si dà cura senza coscienza del limite”.
“Non si cura perché si ha una risposta, ma perché si accetta di stare davanti alla domanda”.
A pagina 8 compare finalmente una frase comprensibile: “La cura viene trasformata in prestazione, il paziente in utente, la sanità in servizio”. Già: chi ha trasformato le Unità Sanitarie in Aziende Sanitarie?[1] Anche qui il contesto è assente: non si sa quando, non si sa chi, non si sa perché. Si fa filosofia.
Segue l’invito a “custodire la dignità là dove viene meno”.
Domande inevitabili:
- Come si fa a custodire la dignità se questa è già venuta meno? È come difendere l’ospedale Pacini di San Marcello quando ormai è ex.
- L’assenza di servizi sanitari nelle aree montane è dignità o è svilimento della persona?
La proposta finale è disarmante: “Salvare la sanità diventa un compito filosofico”. Platone e Seneca per la cervicale, Kant e Marx per il mal di stomaco.
La conclusione è affidata alla resistenza: “Il gesto del curare, non redime, non salva. Ma resiste. E nella resistenza si apre uno spiraglio di verità. Una verità fragile, tragica, ma reale. Ed è in questo spiraglio che possiamo abitare il senso. Nonostante tutto” .
E mentre si “abita il senso”, altrove si smantella il servizio.
Il resto del libro è ancora da leggere, ma il telaio ideologico è già visibile. E purtroppo, regge benissimo.
Marco Ferrari
marcoferrari@linealibera.info
- “Le Unità Sanitarie Locali furono trasformate in Aziende Sanitarie Locali con la riforma De Lorenzo del 1992; successivamente, nel primo governo Prodi (2006‑2008), Rosy Bindi promosse interventi di qualità e monitoraggio dei servizi sanitari, senza modificare il modello aziendale.”







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