Sentir dire dal procuratore capo che i magistrati che hanno preso servizio nella città di Cino devono essere umili, coraggiosi e determinati, rincuora tutti. Tutti quelli che credono che il mondo sia fatto di rose e fiori, mentre sappiamo bene che esistono anche i cessi d’oro di Zelensky e una corruzione che ci soffoca
senza speranza

E IL CRISANTI COL COLETTA
DI MORALE OGNOR CINGUETTA

Sembra che si siano messi d’accordo – e forse lo sono per natura e per posizione di privilegiati – grazie alla medesima dottrina che professano. Quella del potere.
Crisanti si scaglia contro il sistema marcio delle scelte dei professori universitari. Non si diventa ordinari – strilla – se prima non siamo stati orinari e aver retto l’orinale davanti al pipi dei baroni a cui scappava la pipì-papà.
Lui, Crisantemo, ne sa ben qualcosa, di queste dinamiche. Ma tuona come un Savonarola dalle sedie del Pd, quella forza che ha okkupato la [c]Accademia fino dal 68; e che ha avuto la sua apoteosi grazie al fu Luigi Berlinguer e alla sua riforma universitaria, miltiplicatrice di cattedre perfino con specializzazioni culinarie in canèderli del Trentino o baccalà mantecato di Venezia.
L’altro, ahinoi!, Tom Col, fatto capo della procura di Pistoja per toglierselo di torno a Firenze (dove, si sentiva, nessun lo sopportava più; perciò: sia promosso e poi rimosso, ché così ci leviàm l’osso…), all’insediamento delle nuove truppe cammellate della giustizia pistojana, si è premurato di caldamente invitare le new entries a essere umili e a non aver paura, “ché oggi non ha problemi di sicurezza Donna Magistratura”.
Ai suoi tempi (in latino, avvocata Elena Giunti, Colettae temporibus…) il rischio era addirittura fisico per i volenterosi dell’io-posso-fare-come-mi-pare coi mattoncini-Lego della legge.
Ed è per questo – da quanto si sente volare in aria nell’ambiente – che, all’alba della carriera di figlio dell’arte di Tom Col, quando il profeta-capo del Terzo Piano pistojano fu inviato laggiù, a Sud, a iniziare la sua autostrada, era famoso perché (testuali parole del commentatore, fonte confidenziale) andava in giro con, nella fondina, una pistola simile al cannone dell’ispettore Callaghan: più grossa di lui.
Mi è scappato da ridere al pensiero che il mondo non è mai cambiato, anche se magari Claudio Curreli crede di poter curvare (dal termine curva molto diffuso a Est, anche in Ungheria) perfino lo spazio-tempo, con le sue minchiate da scout salva-prostitute e cittadino-attivo con troppi soldi e troppo tempo libero, tutto sottratto alle sue abituali non-indagini o indagini del tutto forzate ed errate come quelle che lo portarono a rovinare la vita a padre Fedele Bisceglia. Basta chiedere all’intelligenza artificiale ed escono rapporti e notizie perfino in inglese.
Crisanti in crisi? Cerca di rattopparsi i panni lisi?
Ciò fu a Cosenza – da cui, vedo, ci giunge la dottoressa Caterina Barberio (31 anni) che, senza dubbio, data la sua tenera età, sarà più o meno all’oscuro del motivo per il quale il re-scout dei pianta-alberini di Falcone, ottenne la promozione con trasferimento d’onore al tribunale-Caienna di Pistoja. Anche questa è cosa certa e documentabile.
Mi è scappato da ridere al pensiero – dicevo – che il mondo non è mai cambiato. Infatti mi è tornata in mente la famosa battuta di Cicerone che si spancia quando vede passare suo genero Lentulo, un giovin di piccola taglia, armato di una spada spropositata, ed esclama: «Chi ha legato mio genero a una spada?».
L’analogia è normale (e deve accettarlo anche il sostituto Giuseppe Grieco, non molto ben disposto all’ironia e alla sàtira) fra Coletta col pistolone (pistola viene da Pistoja: nomima omina, avvocata Giunti…) e la spada di Cicerone, ciociaro di Arpino e compatriota del luogotenente Sandro Mancini, un perseguitatissimo dei sostituti umili, impavidi e determinati di Pistoja.
«Nessun mai si pentì del suo non-dire» è un endecasillabo di ignoto che, a mio parere, è assai più sàpido dell’abusato «Un bel tacer non fu mai scritto».

Adattissimo – sotto questo specifico punto – alla figura e all’opera di Tommaso Coletta.
Il quale, con i suoi saggi consigli al senato e al popolo romano-SPQR, si sbilancia troppo in salti mortali e piroette da trapezista che rifiuta la rete senza capire che, in qualsiasi momento, può perdere l’equilibrio, specie se gli pesa troppo il pistolone a mo’ della spada del gran Cicerone.
Sentir parlare di umiltà e coraggio proprio da bocca di Tom Col (un Pm che fa arrestare noi giornalisti solo perché chiediamo il ripristino della legalità; un Pm che si autoelogia e dice di non temere le influenze delle sue «prossimità sociali», ma che minaccia il luogotennte Daniele Cappelli dicendogli che “lui, la Lucia Turco, sorella del suo superiore e amico Luca Turco, non ha intenzione di intercettarla”, è l’omologo di un Crisanti che spara sugli altri ma lui tira avanti.
Con un più appropriato paragone-metafora, mi si è raggricciata la pelle come se avessi sentito un pedofilo seriale, e reo confesso, esaltare il dovere di rispettare il corpo dei minori.
O anche, meglio, un Andrej Romanovič Čikatilo di Rostov (neppure il giudice Paolo Fontana, elogiatore di Andrea Alessandro Nesti e delle sue nefandezze, sa chi è), detto lo squartatore rosso, con 53 morti (e mangiati) tutti sulla coscienza, che ti invita a rispettare la vita in ogni sua forma.
Quanti danni hanno fatto gli elohìm!
Edoardo Bianchini
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GIOVANI GIUDICI,
CI VUOLE “CORATICUM”!

Il vero coraggio (dal latino medievale coraticum, avvocata Elena Giunti, attraverso l’esito del francese antico) è quello di continuare a vivere a Pistoja nonostante la procura della repubblica; nonostante alcuni giudici penali (derivati dall’espressione “fare pena”) e nonostante il feroce tribunale delle esecuzioni immobiliari che, dopo un sommario esame, può essere tranquillamente accostato, in metafora, ad Apollo che scuoja Marsia, la sua vittima più famosa.
Non sono io ad aver perso il senso del valore della professione di giornalista, caro dottor Paolo Fontana, perché, come lei ha scritto, sono troppo agé e quindi – secondo il Fontana-pensiero – demente.
È piuttosto il giovenil giudice siculo, ansioso di trasire a Bologna da Lepore, che ha dimenticato una qualità necessaria al suo ruolo: la famosa intelligentia rerum o, in parole adatte all’avvocata Giunti, la capacità di capire. Anche la lingua italiana.












